INTERVISTA A GIOVANNI POGGI

di Simona Poggi

 

Il Comune di Arenzano ha dedicato la tredicesima edizione di FlorArte a Agenore Fabbri (Barba- Pistoia 1911- Savona 1998) di cui lo scorso anno si è celebrato il centenario dalla nascita. Per l’occasione sono state organizzate rilevanti personali a Milano dove lo scultore aveva lo studio e a Albisola nella quale si trasferì nel 1935 per iniziare a lavorare l’argilla che diventerà la materia preferita delle sue sculture. A partire dal 1958 Fabbri stringerà un quarantennale rapporto di lavoro con le Ceramiche San Giorgio dove realizzerà una cospicua produzione. La fornace albisolese è un punto di riferimento importante per tanti artisti che amano cimentarsi con la materia infatti tra le sue mura sono nate significative opere nel panorama della storia dell’arte contemporanea molte delle quali si trovano in prestigiosi musei sparsi nel mondo. Tra le personalità che hanno contribuito a segnare la vicenda della manifattura lo scultore Agenore Fabbri detiene un posto di privilegio non solo perché ha frequentato l’atelier per molti anni ma anche e soprattutto per l’autentico rapporto di amicizia che ha instaurato con Giovanni Poggi e con tutti i suoi collaboratori. Alla San Giorgio nasceranno importanti lavori del maestro toscano legati al tormento esistenziale dell’uomo. Ispirandosi ai disastri della guerra Fabbri dà vita a sculture in terracotta e a piatti con figure in rilievo che esprimono la sofferenza e il disagio di una umanità distrutta dal dolore. In questo scenario così drammatico anche gli animali sono in eterno conflitto con la morte e spesso sono rappresentati nella loro triste brutalità.

Per capire meglio il rapporto professionale e umano che ha legato l’artista al maestro torniante ritengo significativo riportare qui di seguito una breve intervista che ho rivolto a Giovanni Poggi.

Giovanni Poggi al tornio

Alle Ceramiche San Giorgio sono sempre venuti tantissimi artisti. L’amicizia che ti legava a Fabbri era molto solida tanto che lo scultore dal 1958 in avanti ha scelto di lavorare esclusivamente nella tua fabbrica. Quando è iniziato questo sodalizio?

È cominciato proprio nel 1958, ossia nell’anno in cui ho aperto la fornace. Fabbri è stato il primo artista che è venuto da me e da allora ha sempre continuato a scegliere i miei forni per produrre le sue opere. Abbiamo lavorato insieme per quarant’anni. Tutte le volte che arrivava si informava della situazione chiedendomi se c’era lavoro e se avevo delle ordinazioni. Nei momenti duri e critici mi diceva: “Preparami tanti piatti, te li dipingo e poi tu cerca di venderli”. Mi ha aiutato a superare periodi difficili e gliene sarò grato per sempre.

A parte la numerosa produzione artistica di piatti, vasi e sculture so che Fabbri ha creato un’opera importante per una chiesa di Bergamo. Di che cosa si tratta?

È una scultura di grande interesse. Un giorno Fabbri venne alla San Giorgio e mi disse: “Ho bisogno di un albero secco”. Andai nel bosco e scelsi un albero dal tronco largo e con estesi rami che sembravano braccia aperte. Lo caricai in macchina e lo portai nel cortile della fabbrica. Il giorno dopo Fabbri iniziò a lavorare: mi sembra di vederlo mentre modella la scultura. Era San Francesco e gli animali. Ancora oggi si trova nel Seminario Arcivescovile a Bergamo Alta. L’albero, fuso e poi realizzato in bronzo, affianca il famoso Santo.

È stato il primo lavoro che Fabbri ha fatto alla San Giorgio?

No. Il primo lavoro risale agli inizi degli anni Sessanta, credo fosse il 1961 quando Fabbri diede vita a una splendida Via Crucis in rilievo per un complesso ospedaliero di Firenze. Vicino al forno, ancora oggi, sono visibili i segni sul pavimento di quando Fabbri operava per realizzare quella struttura. Erano figure cariche di un forte dinamismo che emozionavano. Ricordo ogni minimo particolare. Sembravano vere.

Poi è arrivato il 1974.

L’anno del Monumento alla Resistenza che si trova in Piazza Martiri della Libertà a Savona. Fabbri ha rappresentato un uomo che spalanca le braccia verso la libertà, vuole svincolarsi dalla sofferenza e dal dolore. La statua è alta quattro metri e per modellarla l’artista saliva su una impalcatura appositamente preparata per lui. Più tardi sono arrivati i formatori della Fonderia MAF di Milano perché l’intera opera è realizzata in bronzo. Forse non sai che la struttura interna della figura, prima di essere modellata, è stata interamente montata e saldata da mio fratello Piero, cioè da tuo padre. Insomma è stato un lavoro lungo e laborioso che ci ha impegnati per sette o otto mesi.

Quale era il tuo rapporto con Fabbri?

Lo sai, Fabbri era per me come un fratello. Una persona straordinaria di una generosità rara. Il suo accento toscano era inconfondibile; a volte lo prendevo in giro quando cercava di dire qualche parola in dialetto ligure. Avevo una fiducia totale nei suoi confronti tanto che a Fabbri ho consegnato copia delle chiavi della fabbrica. Con Mario Rossello sono stati gli unici artisti a possederle.

Ricordi un avvenimento particolare?

Fabbri non portava mai l’orologio e a volte lavorava anche fino a tarda notte per cui capitava che alle dieci di sera fosse ancora chiuso nello studio di Salino a modellare l’argilla. Così all’improvviso si affacciava alla finestra che dà sul cortile e urlava a squarciagola: “Che ore sono?”. Dai palazzi vicini (dai balconi o dalle finestre) gli rispondevano sbraitando l’ora.

C’è una foto che ti ritrae con Fabbri mentre gli dai un buffetto sulla guancia e lui sorride.

Si, è una foto bellissima che simboleggia il nostro vivace rapporto di amicizia. Pensa che io gli dicevo sempre facendo una rima: “Di Fabbri ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno”. Lui sorrideva compiaciuto e mi rispondeva: “Eh adesso non esagerare”.

Appesa sopra al tornio c’è ancora la borsa con i suoi attrezzi….

Si, non l’ho mai più spostata. È verde e sopra c’è scritto: “Questi sono i ferri, asole, spatole e stecche di legno del grande maestro Agenore Fabbri”. Più in basso la triste data del 7 novembre 1998, quella della sua morte. È come se fosse ancora lì con me, con tutti noi.

 

Ceramiche San Giorgio

Corso Matteotti 5 17012 Albissola Marina SV

019/482747

http://www.albissola.com/ceramichesangiorgio1.htm

LE CERAMICHE SAN GIORGIO: UNA FABBRICA, UNA STORIA

di Simona Poggi

Le Ceramiche San Giorgio di Albissola Marina furono inaugurate nel 1958 quando lo scultore Eliseo Salino e il torniante Giovanni Poggi, unirono le forze per aprire un laboratorio che abbinasse la produzione artigianale all’arte di avanguardia. Poggi, ora unico titolare, è solito ripetere “L’arte deve essere condivisa da tutti”, le sue doti umane ed artistiche hanno favorito intorno a lui la nascita di un vero e proprio cenacolo. Infatti, a un vitale susseguirsi di protagonisti che continuano a lavorare alla San Giorgio, si affiancano giovani talenti che a Albisola trovano sempre nuove ispirazioni pertanto si può davvero affermare che in lui è presente quel “soffio” che dà vita alla terra informe in un ambiente dove l’atto creativo non è un momento privato ma comunitario.

Molto spesso tra artista e artigiano si viene a instaurare un rapporto collaborativo che, a volte, trascende il momento creativo per sfociare in situazioni ludiche e conviviali. Ne è testimonianza esemplificativa la famosa “festa della capra” che aveva come protagonisti Jorn, Salino, Poggi e i collaboratori della manifattura. C’è una foto che li ritrae in allegria mentre l’artista si diletta con virtuosismi musicali improvvisati. Approdato nella fornace alla fine del 1958, Jorn si dedicherà ampiamente alla manipolazione dell’argilla dando vita a significative sculture e a numerosi piatti dai quali si evince la sua concezione d’arte intesa non come comunicatrice d’armonia e perfezione bensì di emozioni e di espressioni barbariche. La lunga e fattiva attività dell’artista danese è soprattutto ricordata per la produzione di due capolavori che si trovano in Danimarca: il grande pannello ad altorilievo collocato sulla parete dello Staatgymnasium di Aarhus (1959) e il pannello di Randers (1971). A tale proposito il critico Luciano Caprile così si è espresso: “Nella preparazione del pannello interviene anche Ansgar Elde, un giovane svedese ospite di Jorn, catturato dal suo gesto brutale e affascinante (che da quel momento Ansgar trasferirà nelle personali terrecotte concepite con il supporto tecnico di Poggi), intriso ancora di quello spirito “CoBrA” che unisce il gusto del favolistico e del grottesco di stampo nordico al potere evocativo e metamorfico della materia”. Sarà lo stesso Jorn a dire: “Giovanni ti porto un artista più bravo di me”. Ed ecco allora Wifredo Lam. In realtà Poggi aveva conosciuto l’artista cubano già nel 1955 a Santa Margherita Ligure presso la CAS di Pinelli dove aveva realizzato dieci ceramiche con il supporto tecnico del giovane torniante. Lam porterà a Albisola lo spirito del Surrealismo, una corrente artistico-culturale di avanguardia che si sviluppò in Francia nel periodo compreso tra la prima e la seconda guerra mondiale. Ne fu teorizzatore il poeta e saggista francese André Breton e Lam ne divenne uno dei principali esponenti. In una frase di Breton (“è probabile che Picasso abbia trovato in Lam la sola conferma a cui poteva tenere, quella dell’uomo che al contrario di lui aveva compiuto il cammino inverso: raggiungere, partendo dal meraviglioso primitivo che è in lui, le più alte vette della conoscenza”) è racchiuso tutto il credo artistico del pittore.

I suoi lavori si rifanno alla cultura afro-cubana, con le sue tipiche componenti magico-religiose, per poi approdare ad una stilizzazione delle forme umane e animali spesso raffigurate in ambienti rigogliosi di natura incontaminata. Lam aveva instaurato con Poggi un sodalizio così profondo che si rifiutava di lavorare in sua assenza. Tra i tanti ricordi dell’artista meritano di essere segnalate queste parole di Poggi: “Lam era un personaggio unico. Lavorava per ore in posizioni stranissime. Si accoccolava per terra e cominciava a disegnare sopra le piastre d’argilla scherzando ridendo continuamente … era di una simpatia unica. E quando parlava metteva un po’ del nostro dialetto, un po’ di spagnolo, un po’ di francese, mischiava tutto e ne veniva fuori un linguaggio che lo rendeva sempre più simpatico. Era un gran piacere lavorare a fianco di Lam: si provavano emozioni intense”. A testimonianza degli ottimi rapporti protrattisi per più di venti anni tra i due protagonisti, Timour Lam, figlio dell’artista, frequenta oggi la San Giorgio con lo stesso entusiasmo paterno realizzando opere di matrice figurativo-onirica.

Il dramma della guerra e della resistenza si rispecchiano in modo significativo nelle opere dello sculture Agenore Fabbri che giunge alla San Giorgio nel 1958 trovandovi l’ambiente ideale per dare sfogo alla sua creatività. Nello stesso anno Lucio Fontana giunge nella manifattura portando significative novità sperimentali e il suo tipico linguaggio pittorico caratterizzato dai famosi tagli e buchi. La sua frequentazione alla San Giorgio è ancora oggi visibile per la presenza di alcuni abbozzi di vasi da lui realizzati a matita sulla parete del laboratorio.

Anche se Pinot Gallizio ha concepito solo un’opera in ceramica, la sua figura assume un particolare rilievo per il fruttuoso rapporto con Jorn e per la serie straordinaria di sperimentazioni artistiche intraprese nel solco tracciato dal maestro danese.

Ancora oggi nell’atelier si può respirare un’aria stimolante che ha le sue radici nel passato, nella tradizione e nella continuità. Tra i numerosi artisti che ultimamente lavorano nel laboratorio ricordiamo: Franco Bruzzone, Giorgio Moiso, Luiso Sturla, Nes Lerpa, Franz Hitzler, Peter Casagrande, Ernst Heckelmann e Francesco Preverino, Annette Lucks e Norbert Eberle solo per citarne alcuni.

 

 

 

 

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