In occasione del Giorno della Memoria sino all’11 febbraio 2018 nella Serretta nel Parco Negrotto Cambiaso con orario nei giorni feriali 10/12.30, sabato e domenica 10/12 e 14/16, si svolge la Mostra artistica  “MAI PIU’” a cura di Kunst&Arte con gli artisti Ad Arma, Agnese Valle, Anna Bianchi, Arianna Genco, Birgit Moeller-Klimek, Carla Carlini, Caterina Mandirola, Christel Gollner, Francisca Bravo, Franco Caviglia, Gianna Putti, Hilke Kracke, Ida Fattori, Mary Toso,  Monika Stock, Nevio Zanardi, Rosa Brocato, Rosanna La Spesa, Susanne Schreyer, Vincenzo Rossi.

Oltre alle opere degli artisti di Kunst & Arte, durante la mostra sarà esposto il catalogo di 100 opere presentate per la prima volta al mondo in una Mostra a Berlino all’inizio del 2016.

Molte persone restano sorprese di fronte alla scoperta dell’arte creata durante la Shoah, alla quale è stato dedicato un museo specifico, il Museo dell’arte dell’Olocausto Yad Vashem, in Israele, che contiene circa 10.000 opere.

Si tratta di opere create da internati in diversi campi di concentramento, campi di lavoro e ghetti di molte città. Sono prevalentemente su carta e sono state realizzate nella clandestinità in condizioni disumane.

Queste pitture della memoria ci tramandano immagini che ricordano la crudeltà e l’orrore del pregiudizio. Sono opere sacre, che testimoniano la capacità creativa dell’uomo di fronte alle sofferenze, alla morte. Nonostante le bestiali atrocità cui le persone erano costrette, il ricordo nostalgico del passato e la speranza nel futuro resistevano, dando così loro la forza di continuare a vivere.

È bene tenere sempre presente che le opere non sono state fatte dopo Auschwitz, ma proprio dentro Auschwitz o altri campi o ghetti. La lettura può e deve essere fatta a diversi livelli: artistico, storico-documentativo, psicologico.

Le opere dimostrano che dipingere in condizioni disumane non è un atto folle, empio o assurdo ma una ragione di vita, uno scopo per cui lottare e quindi esistere. Creare un’opera costituisce un rifugio spirituale. Il linguaggio a volte è quello del sogno e della speranza, a volte è duro e violento, a volte aspro e ironico, a volte ha il valore di una preghiera.

I colori delle opere riflettono diversi aspetti: sono in bianco e nero le opere che documentano la vita nei lager, sono a colori quelle che raffigurano la nostalgia per la casa, simbolo di un mondo ormai perduto, e quelle che cercano una salvezza spirituale che faccia sopportare la dura realtà.

L’arte della Shoah fornisce uno strumento forse addirittura più potente della fotografia o dei documenti storici, perché ci fa vedere le cose con gli occhi di chi le ha vissute e che nonostante tutto ha voluto testimoniarci la vittoria della vita sulla barbarie distruttiva.

Il tutto può essere condensato in queste parole lasciateci da una poetessa internata nel campo di Theresienstadt poco prima di morire:

“Doch meine Seele ist frei”.  “Ma la mia anima è libera”.

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